Da Valdo agli evangelical di PAOLO NASO

Da Valdo agli evangelical
di PAOLO NASO

In principio erano le Chiese "storiche": valdesi, luterani, metodisti, battisti. Poi sono arrivati pentecostali e avventisti. Ora è la volta degli immigrati dal Sud del mondo. In breve: i protestanti italiani crescono di numero e acquistano un volto più "spirituale".

Sono radicati nel nostro Paese sin dalle origini della Riforma, anzi da prima di Lutero, eppure sono quasi sconosciuti dalla gran massa degli italiani. La galassia dei protestanti italiani mostra un volto che non corrisponde agli stereotipi. E l'arrivo di pentecostali e immigrati evangelici dal Sud del mondo pone nuove sfide agli eredi di Calvino

Sono radicati nel nostro Paese sin dalle origini della Riforma, anzi da prima di Lutero, eppure sono quasi sconosciuti dalla gran massa degli italiani. La galassia dei protestanti italiani mostra un volto che non corrisponde agli stereotipi. E l'arrivo di pentecostali e immigrati evangelici dal Sud del mondo pone nuove sfide agli eredi di Calvino
(foto A. SABBADINI).

Per i 150 anni dell'unità d'Italia hanno esposto il tricolore dovunque capitasse, tranne che all'interno delle chiese; hanno un forte senso delle istituzioni e della laicità, sono mediamente progressisti, non hanno paura di essere in pochi; anzi dell'essere "minoranza" hanno fatto la bandiera della loro identità, convinti di poter contribuire alla crescita civile e spirituale della nazione. Sono i protestanti italiani, eredi diretti di Lutero e di Calvino, che però nel Paese di Machiavelli e della Controriforma hanno avuto una vita assai più difficile che altrove. I valdesi sin dal XII secolo, seguiti dai luterani (insediatisi a Venezia già nel Cinquecento) e quindi i "fratelli" organizzatisi a Firenze nei primi anni dell'Ottocento, e a seguire i metodisti e i battisti dal 1861, costituiscono il nucleo di una comunità di fede che in Italia supera di poco i 50 mila membri. Attorno a questo centro del protestantesimo storico, nel Novecento si è costituito un cerchio più largo composto da avventisti, pentecostali, Esercito della Salvezza e una miriade di altre denominazioni. Una comunità complessivamente in crescita, arrivata a contare circa 250 mila credenti che più che protestanti preferiscono definirsi «evangelici», a sottolineare che il cuore della propria fede non sta in una tradizione teologica ma nella parola vivente di Cristo. Un terzo cerchio concentrico è quello degli immigrati «protestanti » ed «evangelici» giunti numerosi soprattutto da Paesi come Brasile, Filippine, Corea del Sud, Nigeria, Costa d'Avorio, Romania. Difficile indicare dei numeri per questa terza componente della famiglia riformata in Italia ma diversi studi suggeriscono una cifra intorno alle 250 mila presenze.

Protestanti d'Italia: sono campioni di sobrietà e senso del dovere, ma anche alla ricerca di una spiritualità più "calda" ed emotiva

Protestanti d'Italia: sono campioni di sobrietà e senso del dovere, ma anche alla ricerca di una spiritualità più "calda" ed emotiva (foto A. SABBADINI)...

Complessivamente siamo di fronte a una comunità che ha da tempo superato le 500 mila unità, radicata soprattutto nel Nord del Paese, frammentata in decine di denominazioni, che ha molte differenze ma anche alcuni solidi tratti in comune: la centralità della Bibbia che impone lo studio e la riflessione sui testi, il sacerdozio universale dei credenti che fonda comunità "democratiche" governate da sistemi assembleari, la convinzione che la salvezza non derivi dalle nostre azioni, per quanto buone e meritevoli, ma solo dalla grazia di Dio mediata dal sacrificio di Cristo.

La chiesa luterana di Roma

La chiesa luterana di Roma (foto A. SABBADINI).

Non è poco, eppure questo comune patrimonio teologico non è sufficiente a tenere insieme storie, identità teologiche e convinzioni etiche che, negli anni, hanno provocato più di qualche divisione: e così ci sono Chiese che ammettono il pastorato femminile mentre altre ne contestano la biblicità; Chiese che si spendono nella testimonianza pubblica scegliendo di "compromettere" la purezza dell'annuncio evangelico con l'impegno sociale e politico e altre che invece rifuggono da quanto non sia la pura predicazione evangelica; Chiese che accolgono gli omosessuali e arrivano a benedire l'unione di coppie gay e altre che invece giudicano l'omosessualità un peccato da condannare senza appello; Chiese che leggono la Bibbia in senso letteralistico ricavandone indicazioni stringenti per il comportamento individuale e comunitario e altre che invece si pongono il problema dell'interpretazione del testo biblico in rapporto alla cultura e al tempo nel quale esso si è consolidato. Tutto questo si riflette anche sul piano organizzativo: le Chiese protestanti storiche (valdesi, metodisti, battisti, luterani) e qualche altra realtà evangelica che ne riconosce il ruolo storico e la rilevanza nella società italiana (Esercito della Salvezza, alcune Chiese libere e, in qualità di «osservatori», avventisti e Federazione delle Chiese pentecostali) si incontrano all'interno della Federazione delle Chiese evangeliche in Italia (Fcei). Altre Chiese di matrice carismatica e «fondamentalista» – senza che il termine abbia alcuna accezione negativa perché si tratta di una tendenza al letteralismo biblico – aderiscono invece all'Alleanza evangelica italiana. Altre ancora, ad esempio le Assemblee di Dio in Italia, che costituiscono la più numerosa denominazione pentecostale, preferiscono rimarcare la propria autonomia e non aderiscono a nessuna "federazione" nazionale.

La stele che ricorda l'adesione dei valdesi alla Riforma

La stele che ricorda l'adesione dei valdesi alla Riforma
(foto B. ZANZOTTERA/PARALLELOZERO).

Molti osservatori italiani, anche quelli ecumenicamente più avvertiti, fanno fatica ad afferrare questa complessità perché sono abituati all'idea di una Chiesa unita e centralizzata. Per capire il mondo protestante occorre entrare in una logica diversa, necessariamente pluralista. Ciò che può apparire semplice frammentazione o propensione al settarismo, storicamente è stato invece il prodotto di spinte teologiche che avevano precise motivazioni bibliche e di una concezione democratica della Chiesa. Diverse interpretazioni del battesimo, dei ministeri, della missione, in altre parole, hanno aperto altrettante strade di testimonianza lungo le quali si sono incamminate comunità di credenti che si sono assunti la responsabilità di fratture anche dolorose con quelli che a lungo erano stati "compagni" di strada. In questo senso la frammentazione protestante si è legata ai valori di libertà – della coscienza innanzitutto – che si affermavano nel mondo moderno che stava nascendo. Lo spiega William Naphy in un libro ben titolato La rivoluzione protestante (Cortina 2010) in cui sottolinea come la Riforma, anche al di là delle intenzioni dei riformatori, abbia fatto capire che «ogni individuo è l'unico responsabile di quello che crede, dell'interpretazione che fornisce alla Parola e della propria condotta di vita. Ne segue il caos? Forse, ma è di un tipo creativo ed esplosivo, un caos inventivo». Nei Paesi in cui si è radicata, la Riforma ha insomma fatto da volano di un particolare e accelerato sviluppo democratico prima e, secondo la celebre analisi weberiana, economico dopo.

Il tempio valdese di Torre Pellice

Il tempio valdese di Torre Pellice (foto B. ZANZOTTERA/PARALLELOZERO).

In Italia furono invece gli anni della Controriforma e dell'annientamento di quei focolai di rinnovamento teologico e spirituale che pure si erano accesi, oltre che in Piemonte, anche in altre regioni italiane. Dall'eccidio dei valdesi di Calabria del 1561 alle cosiddette "Pasque piemontesi" del 1655 si consumarono stragi che costrinsero i riformati italiani all'esilio, all'abiura o al rifugio nel ghetto delle Alpi Cozie. L'Italia fu così guadagnata al cattolicesimo ma, secondo gli storici, finì per allontanarsi da quei processi di modernizzazione culturale, sociale e politica che invece aiutarono il decollo di Paesi come l'Inghilterra, l'Olanda o la Germania. Con pochissime eccezioni, il pensiero della Riforma fu espulso dalla teologia, dalla cultura e dalla politica nazionale, e con esso la possibilità di leggere e studiare la Bibbia, che restava esclusivo privilegio dei chierici più colti.

Corale nel tempio di piazza Cavour a Roma, in occasione della Festa della libertà

Corale nel tempio di piazza Cavour a Roma, in occasione della Festa della libertà
(foto A. SABBADINI).

Fu solo nel clima risorgimentale che il protestantesimo ritrovò diritto di cittadinanza almeno in alcuni Stati preunitari: le Lettere patenti che Carlo Alberto concesse ai valdesi il 17 febbraio 1848 (da cui la Festa della libertà, ogni anno, in questa data) costituirono una svolta importante che la piccola comunità riformata confinata nel ghetto alpino colse con entusiasmo identificandosi con la causa nazionale. La passione nazionale dei valdesi per primi, ma poi anche degli altri protestanti italiani, si intrecciò quindi con la speranza di una libertà anche religiosa, e persino con il sogno di un'«Italia protestante». Negli anni successivi all'unità, l'Italia divenne terra di evangelizzazione per decine di missionari convinti che con la fine del potere temporale dei Papi, il Paese avrebbe finalmente potuto conoscere il «vero Vangelo» e aderire a quella Riforma che in passato era stata repressa e sconfitta. Il sogno durò poco e già nei primi anni del nuovo secolo si intuiva che stava per svanire. E lo riconobbero intellettuali come Gobetti e Gramsci, che prendendo atto della «mancata Riforma in Italia», denunciavano un anello mancante nella costruzione della coscienza civile. Negli stessi anni il filosofo calvinista Giuseppe Gangale affermava che «guelfi o ghibellini, miscredenti o credenti, gli italiani sono tutti cattolici». Persino nello Stato liberale si consolidava pertanto il paradigma di un'Italia «naturalmente» cattolica in cui – per dirla con Paul Ginsborg – una «Chiesa troppo forte» si confrontava con «uno Stato troppo debole».

Bacheca con l'indicazione dei salmi che si intonano durante il culto, nel tempio valdese di Torino

Bacheca con l'indicazione dei salmi che si intonano durante il culto, nel
tempio valdese di Torino (foto B. ZANZOTTERA/PARALLELOZERO).

L'avvento del fascismo e la normalizzazione dei rapporti tra Stato e Chiesa cattolica nel '29 determinarono infatti un amaro ritorno al passato che spinse le presenze protestanti nell'angolo angusto dei «culti ammessi », oggetto di necessaria attenzione da parte delle autorità. L'idea che il fascismo consolidò era che il protestantesimo – con il suo senso di rigore, di libertà e responsabilità individuale, le sue connessioni con il mondo anglosassone – fosse naturalmente incompatibile con la cultura nazionale e comunque costituisse una minaccia all'idea di Stato che si stava affermando e che soltanto la Chiesa romana potesse svolgere un'utile quanto strumentale funzione di coesione sociale. Le vittime che pagarono il prezzo più alto a questo pregiudizio rozzo quanto totalitaristico furono le Chiese pentecostali, nei confronti delle quali nel 1935 – tre anni prima delle legge razziali – fu emanata una circolare del Ministero dell'interno che bandiva il loro culto «per preservare l'integrità fisica e psichica della razza».

Una chiesa delle Assemblee di Dio a Torre Angela, quartiere periferico di Roma

Una chiesa delle Assemblee di Dio a Torre Angela, quartiere periferico di Roma
(foto A. SABBADINI)
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La fine del fascismo, le nuove relazioni con alcuni Paesi europei e con gli Usa e la ripresa dell'attività missionaria non cambiarono sostanzialmente il carattere minoritario del protestantesimo italiano: il Concilio Vaticano II era ancora lontano e, sia pure in un mutato quadro costituzionale che garantiva «uguale libertà» a tutte le confessioni religiose, l'Italia democristiana difendeva una tradizione de facto confessionalistica, che tendeva a ignorare le altre presenze religiose. Per le Chiese protestanti italiane furono gli anni di un'intensa mobilitazione a tutela della libertà religiosa, stimolata soprattutto da Giorgio Peyrot, un laico valdese che non a torto è stato definito «il giurista delle minoranze».Fu lui, fin dai tempi della Costituente, a porre il problema dell'aggiornamento della disciplina sui «culti ammessi» e, più tardi, a perorare la causa delle Intese previste dalla Costituzione ma ignorate dalla classe politica.

Scorcio della Facoltà valdese di Teologia

Scorcio della Facoltà valdese di Teologia
(foto A. GIULIANI/CATHOLIC PRESS PHOTO).

La prima Intesa, con i valdesi che dal 1979 si erano integrati con i metodisti, giunse soltanto nel 1984, pochi giorni dopo la revisione del Concordato siglata dal Governo e dalla Segreteria di Stato vaticana. Fu una svolta della quale via via beneficiarono anche avventisti, pentecostali, ebrei, battisti e luterani. Se si pensa che da anni sono all'attenzione del Parlamento ben sei leggi d'intesa con altrettante confessioni religiose, risulta chiaro come quella battaglia non sia affatto conclusa. Ma antiche chiusure si intrecciano a nuove aperture. Gli incontri in occasione della Settimana ecumenica, la qualità della produzione culturale protestante – si pensi al catalogo dell'editrice Claudiana – la visibilità di alcuni intellettuali o personalità politiche riconosciute come protestanti (Giorgio e Valdo Spini, Paolo Ricca, Giorgio Tourn, Mario Miegge, Giorgio Bouchard, Maria Bonafede...) hanno allargato l'audience degli italiani interessati alla presenza riformata in Italia. E alcuni dati sono davvero sorprendenti.

Bimbi durante un culto battista

Bimbi durante un culto battista (foto B. ZANZOTTERA/PARALLELOZERO).

Valdesi e metodisti non sono più di 30 mila eppure oltre 400 mila italiani destinano loro l'otto per mille. Un'inchiesta dell'Eurisko di due anni fa traccia un identikit di questo pezzo di società italiana, piccolo ma non irrilevante e comunque da anni in crescita costante: prevalentemente credenti (40%), in buona parte cattolici (33%) e praticanti (26%), residenti soprattutto nel Nord, di livello culturale medio alto, in prevalenza insegnanti o impiegati (35%), liberi professionisti (11%) e artigiani (10%). Il 59% si colloca in quella che l'Eurisko definisce «l'area dell'élite », quella che legge di più, che investe in cultura e che ha avuto più opportunità di viaggiare all'estero. Interessante che il 75% ammetta di sapere poco o nulla dei valdesi, eppure si è fatto un'idea positiva (40%), molto positiva (22%) o eccellente (6%) di questa comunità di fede. La domanda sul perché di questo giudizio incontra sostanzialmente tre risposte: sono tolleranti nei confronti delle altre confessioni religiose, si impegnano per i più deboli, hanno il coraggio di esprimere le loro idee anche se in controtendenza.

Il tempio valdese di piazza Cavour, a Roma

Il tempio valdese di piazza Cavour, a Roma (foto A. GIULIANI/CATHOLIC PRESS PHOTO).

Sia pure con percentuali diverse, anche avventisti e luterani raccolgono un numero di firme per l'otto per mille nettamente superiore alla consistenza delle proprie comunità: è il segnale di un'area di attenzione al protestantesimo italiano che si va allargando. La pratica ecumenica, il dialogo interreligioso, la coscienza di un'Italia sempre più multiculturale e quindi anche multireligiosa contribuiscono ad abbattere antichi pregiudizi e così il protestantesimo appare oggi un oggetto meno oscuro di qualche anno fa.

Alcuni volumi della Claudiana

Alcuni volumi della Claudiana (foto B. ZANZOTTERA/PARALLELOZERO).

Difficile dire dove andrà nei prossimi anni: le statistiche indicano una crescita delle Chiese di area metropolitana più attive in campo sociale e culturale e, all'opposto, una continua contrazione delle piccole comunità di provincia, soprattutto nel Sud. Altri dati dimostrano che le Chiese storiche, per quanto minoritarie, godono di un riconoscimento pubblico che invece altre denominazioni pur in crescita – pensiamo ai pentecostali – non hanno ancora conquistato. La comunità della Riforma in Italia, infine, risulta sempre più multietnica e i solenni inni di Bach sembrano destinati a convivere con il ritmo dei tamburi africani o con i flauti latinoamericani. In questa varietà di percorsi, oggi una parola sembra però mettere tutti d'accordo, teologicamente progressisti e teologicamente conservatori, protestanti storici ed "evangelici", discendenti di antiche famiglie riformate e nuovi convertiti: spiritualità. E anche questo è un segno dei tempi che stiamo vivendo.

Il pastore valdese di Milano, Giuseppe Platone

Il pastore valdese di Milano, Giuseppe Platone
(foto A. SERRANÒ/CATHOLIC PRESS PHOTO).

Paolo Naso

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